Cum Grano Salis

Riflessioni di una Contabile su temi Economici e Finanziari di MONICA VITALI

QUANDO NON SAPPIAMO DI DELINQUERE

 

Dipendenti delinquenti
Quando non sappiamo di delinquere

La riflessione mi è venuta leggendo questo interessantissimo articolo  del Corriere della Sera, relativo ad una lettera aperta di una ricercatrice italiana che lavora per il gruppo Volkswagen dal titolo “Se cerchi l’auto perfetta, fai la furbata. Poteva succedere pure a me”.

L’articolo mi ha colpito molto perché dimostra come a volte tutti noi possiamo essere portati a commettere delle infrazioni senza che ce ne accorgiamo, in funzione di quello che ci viene ordinato, della nostra scala di valori, o del famoso “fanno tutti così” che in cuor nostro giustifica qualsiasi infrazione collettiva.

 

Riporto il passaggio chiave, quello che mi ha fatto pensare parecchio: “OK, sto imbrogliando, ma non faccio male a nessuno. Chi non ha mai copiato a scuola? Io ho copiato tante volte ma nessuno mi ha mai accusato per questo motivo di associazione a delinquere. E chi ha spiegato a me, ingegnere, che questo sotfware non è legale? Perché la legalità non è ovvia. La legalità si spiega, si impara e si aggiorna tutta una vita e alla fine c’è sempre qualcosa che non si sapeva.”

 

Ecco un problema che viene a galla prepotentemente, quello di conformarsi a delle regole aziendaliche magari non sono proprio corrette, o addirittura discostarsene pensando che sia un peccato veniale, senza rendersi conto fino in fondo che si sta commettendo un illecito, e magari anche abbastanza grave.

 

Poiché appartengo ad un Organismo di Vigilanza, che ha il compito di verificare all’interno di una azienda che venga rispettato un codice di comportamento che l’azienda si è data in prevenzione di alcuni reati previsti dalla legge 231/01, spesso riscontro questa mancanza di piena consapevolezza. A volte il dipendente non si rende conto che il comportamento che sta adottando non è affatto lecito come pensa. L’azienda allora deve informare, informare, e ancora informare e poi controllare che tutti siano informati.

 

Ma oltre all’informazione ci deve essere il buon esempio, e tutto quell’insieme di norme non scritte, di usi e costumi, di “aria che si respira” che spesso e volentieri contano più delle parole e della carta. Mi riferisco in particolare al comportamento dei superiori, perché è capitato di sentirci dire che “sì, lo sapevo che non andava fatto. Ma poiché i superiori non potevano non sapere, e non dicevano o facevano niente per evitarlo, allora voleva dire che si poteva fare”. Quando l’atteggiamento dei superiori è ambiguo, può essere molto difficile per i sottoposti capire con chiarezza che comportamento seguire.

 

Poi c’è la posizione di chi non è direttamente interessato all’illecito ma che non ha il coraggio, la forza o l’onesta di denunciare il collega, in un clima di omertà che diventa complicità senza piena consapevolezza, forse perché sin da piccoli ci hanno insegnato “che non si fa la spia”.

 

In Italia tra l’altro c’è una tendenza particolare a sottovalutare ogni comportamento non proprio ortodosso, e uno dei nostri maggiori demeriti è proprio quello di essere particolarmente abili nell’aggirare le norme, nel sottovalutarle, nel disconoscerle nel nome di un atteggiamento collettivo.

 

Per questo ho goduto tantissimo quando anche la rigidissima Germania, famosa per il senso di legalità che si insegna sin dall’asilo, è caduta nella stessa trappola.

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