Cum Grano Salis

Riflessioni di una Contabile su temi Economici e Finanziari di MONICA VITALI

NON PER PROFITTO

NON PER PROFITTO
A volte quello che sembra è diverso da quello che è

 

Ti sarai accorto anche tu che i tagli brutali alla spesa sociale per la tenuta dei conti pubblici hanno riacceso fortemente il dibattito sulla sostenibilità sociale, offuscata per anni dall’attenzione posta sulla crisi economica, in nome della quale è stato sacrificato tutto il sacrificabile sull’altare del pareggio di bilancio.

 

 
Tuttavia ad un certo punto ci si è resi conto che, guarda un po’, un sistema che non garantisce condizioni di benessere umano equamente distribuiti per classi e genere non è economicamente in equilibrio. E da qualche anno la dimensione sociale è diventata regina del dibattito pubblico.
 
Posto che un sistema dove lo Stato si preoccupa della condizione di vita dei cittadini non è più sostenibile, quello spazio tipicamente affidato al terzo settore (cioè alle organizzazioni non volte al profitto) si è dilatato sempre di più, essendosi ristretto l’ambito di intervento pubblico.
 
E così ci siamo resi conto che per coprire quel vuoto si sta superando la contrapposizione, sempre più labile, fra le imprese volte al profitto e le organizzazioni non profit, in quanto i due estremi piano piano si stanno avvicinando.
 
In che senso?
 
Nel senso che le imprese profit (non tutte, alcune, però abbastanza) stanno rivendendo il loro vettore di obiettivi per spostarsi sempre di più verso la ricerca di un consenso sociale.
 
E’ da diversi anni che si sente parlare di responsabilità sociale di impresa. Bilanci sociali e Codici etici purtroppo spesso sono operazioni di facciata, da parte di imprese che si ammantano di valori sociali per ottenere maggiore consenso.
Ci sono però realmente imprenditori illuminati, che vedono il senso di quello che fanno in termini di generare un benessere per la collettività, e che ambiscono a governare un’impresa etica che dia un ritorno a tutti gli interlocutori.
 
Dall’altra parte invece il terzo settore è diventato sempre più produttivo e sempre più managerializzato, a volte fin troppo.
Le imprese sociali, le cooperative, le fondazioni sono inserite nel tessuto economico sociale, spesso con ingenti risorse, e a volte partecipano e controllano imprese volte al profitto quando loro stesse per statuto non potrebbero farlo. Spesso non hanno “l’anima immacolata”, basti pensare a quelle cooperative che di fatto sono strumenti di sfruttamento della manodopera, e che utilizzano vantaggi fiscali per porre in atto una concorrenza sleale.
 
Di questa situazione il legislatore pare essersene accorto. Come?
 
1) Il 2016 è stato l’anno di svolta per il Welfare Aziendale. La legge di stabilità 2016 e i successivi decreti hanno potenziato le agevolazioni fiscali per le aziende che concedono servizi e prestazioni di welfare aziendale ai dipendenti (asilo nido, buoni pasto, assistenza integrativa, rette per corsi sportivi…). La conversione del premi in denaro in servizi per il lavoratore e per i suoi familiari è una soluzione che rispecchia una visione moderna di ben-essere organizzativo molto apprezzata dai lavoratori ma anche dalle imprese grazie alla defiscalizzazione.
 
2) E’ di pochi mesi la nascita delle Società Benefit, che sono imprese a tutti gli effetti che nell’oggetto sociale si propongono anche il perseguimento di obiettivi di beneficio comune, operando in modo responsabile, trasparente e sostenibile. Ovvero, oltre al profitto,  queste società “geneticamente modificate” pongono nel loro modello di business anche finalità altruistiche. Decolleranno? Chissà.
 
3) La Direttiva Europea 95/2014 (che in Italia dovrà essere recepita entro dicembre 2016) obbliga le imprese europee di maggiore interesse pubblico ad integrare nel bilancio gli elementi sociali, ambientali e di governance. Tanto per ricordarci che la sostenibilità economica da sola non basta più, che oggigiorno un bel danno reputazionale può mettere in crisi un’azienda anche molto solida (vedi Wolkswagen) e che, paradossalmente, avere la “patente” di verdi e sostenibili può trasformarsi in un vantaggio competitivo nonostante i maggiori costi.
 
Risultato: nel prossimo futuro i contorni saranno ancora più sfumati. Perchè?
 
Perché il consumatore, specie quello più giovane, istruito e dinamico (che sarà la maggioranza in futuro) sposerà sempre di più i valori di un’azienda, oltre che il suo prodotto. Perché il consumismo di per se ha fallito, perché oggigiorno quando compri un prodotto compri un pezzo di mondo e il tuo gesto di acquisto equivale ad un voto nella cabina elettorale. Perché la sensibilità delle persone è crescente e variegata in base alle proprie credenze, ai propri valori e alla propria disponibilità economica, e due tipologie di attori nell’arena del mercano non sono più sufficienti a contenere la complessità crescente.
Siamo pronti ad abbattere le nostre credenze sul modo di fare impresa? Se sì, la personalizzazione sempre più spinta nei prodotti-servizi potrebbe tradursi in una personalizzazione sempre più spinta nelle forme giuridiche e organizzative disposte ad offrirceli. Con buona pace di chi non avrà più un “nemico” chiaro e riconosciuto da contrastare.

 

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