Cum Grano Salis

Riflessioni di una Contabile su temi Economici e Finanziari di MONICA VITALI

SERVONO ANCORA I VOTI ALTI A SCUOLA?

Voti alti a scuola

 

Mio padre non ha potuto studiare.

Ha interrotto gli studi quando mio nonno è morto prematuramente e all’età di mio figlio (12 anni) aveva già iniziato a lavorare per aiutare la famiglia.

 

Quando si è trovato una figlia diligente e molto portata per lo studio era normale che ne fosse orgoglioso e che mi spronasse ad andare bene a scuola per ottenere il massimo dei voti. Tutto ciò mi ha permesso di avere un lavoro che mi piace dove sono stata selezionata grazie al mio 110 e lode, e di aver avuto molte offerte di lavoro quando bastava un diploma di ragioneria con 60/60 perché le banche e le aziende del territorio ti venissero a cercare a casa. 

 

Ora però tocca a me a rapportarmi con un figlio che sta facendo le scuole medie e mi viene il dubbio se ha ancora senso replicare questo modello perché nel frattempo sono cambiate tante cose.

 

Al momento mio figlio va molto bene a scuola, sia perché penso di avergli trasmesso la curiosità e la voglia di studiare, sia perché metto in atto una certa opera di “martellamento” continuo, oltre che di supporto psicologico e pratico. Ma la strada per arrivare alla fine degli studi è ancora molto lunga e lastricata di ostacoli.

 

Perché mi vengono i dubbi che andare bene a scuola non sia più così importante?

 

Non parlo dei soliti discorsi del tipo “Avere attitudine allo studio non significa necessariamente essere più intelligenti “ oppure “Il mondo e pieno di storie di successo di persone che non avevano voti alti a scuola e viceversa”. Queste considerazioni sono sempre esistite ma una volta andare bene a scuola dava indubbiamente delle chance in più. Io mi riferisco a quello che è cambiato negli ultimi tempi, ovvero:

 

Le attività extrascolastiche. Una volta praticamente non esistevano, si giocava in cortile con merenda pane, burro e marmellata e al massimo si sbucciavano le ginocchia con l’asfalto. Ora c’è lo sport organizzato, lo scautismo, e il sempiterno catechismo. Attività che insegnano valori importanti che possono essere utili nella vita personale oltre che professionale, ma che tolgono tempo ed energie allo studio.

 

L’obsolescenza delle competenze. Nel magico mondo di GoogleLandia sarà più importante conoscere le date delle guerre puniche imparate a scuola o per distinguerci dai robot saranno determinanti le soft skill acquisite anche durante le attività extrascolastiche e i viaggi?

 

Il maggiore impegno richiesto. Una volta ci si ammalava e si tornava a scuola riprendendo il filo da dove si era interrotto. Ora quando sei assente da scuola devo farti il mazzo per recuperare tutto quello che è stato fatto durante la tua mancanza per filo e per segno. E questo si aggiunge al maggior carico di compiti rispetto a quelli di tanti anni fa.

E mentre da una parte sono sempre più importanti “le attività culturali, artistiche o pratiche musicali, sportive e di volontariato svolte in ambito extrascolastico” tanto che si ipotizza di inserirle nel Curriculum Vitae precompilato del MIUR , dall’altra è sempre più difficile portarle avanti con impegno. Anche assentarsi qualche giorno da scuola per visitare una capitale rischia di essere un problema, visto che la settimana successiva la devi passere a recuperare i compiti saltando tutte le attività extrascolastiche.

 

Il gaming. Il gaming è apparentemente in forte contrasto con lo studio, e siamo tutti d’accordo che troppe ore passate a giocare alla Play anziché a studiare non fanno bene ad un cervello in crescita che si sta strutturando e possono provocare dipendenza. Però io ho notato che le esperienze riprodotte da alcuni giochi, le parole in inglese, le interazioni con i compagni di Fornite possono far parte di quel bagaglio cognitivo così importante nell’epoca moderna.

 

Se infine si pensa che usciti da scuola se tutto va bene si trova uno stage mal pagato o si prende un biglietto di sola andata per Londra è chiaro che interrogarsi sul senso di impegnarsi e di spendere parte della propria giovinezza sui libri viene spontaneo. Ditemi se non ho ragione. 

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% Commenti (4)

Cara Monica,
personalmente penso che il rincorrere i voti alti sia un falso obiettivo e lo sia stato anche nel passato.
Anche se, alle fine degli anni settanta, il 110/L mio e di mia moglie fu determinante per avviare la nostra carriera professionale (mia moglie in banca, io in azienda). E devo dire che, per la mia esperienza, il voto di laurea è ancora rilevante.
Ho sempre creduto molto nell’impegno e nella ricerca sistematica (ma non logorante) dei propri limiti. Mia moglie ed io abbiamo provato a trasmettere alle nostre figlie questi valori ed alla fine, dopo qualche incidente di percorso (una delle mie ragazze è stata anche bocciata al liceo) ci siamo ritrovati due figlie che per loro esclusivo merito si sono laureate con 110/L.
Quindi, nessun’ansia da voto ma tanto impegno e ricerca della “propria” eccellenza.
Un caro saluto
Giovanni

Grazie. Mi incuriosisce il fatto che una delle figlie dopo essere stata bocciata al liceo si sia laureata con 110 e lode.

A mio parere sono due questioni diverse: da una parte non è il voto alto quello che conta. Nel mio piccolo non ne ho mai avuti, mi sono diplomato con 46/60 al classico. Il voto è una misura secondo criteri, oggi diremmo KPIs, scelti da altri. Sappiamo che le intelligenze sono molte di più e diverse.
Altro è alimentare e costruire una cultura che possa fare in futuro da serbatoio, da fondamento, da trampolino: tre parole con tre sensi diversi e tutti importanti.
Purché non diventi nozionismo. Che è altro.
Serve quindi sicuramente studiare, non solo le materie scolastiche, senza inseguire i voti.

Si sono due questioni diverse, a volte vanno di pari passo a volte no. Ma anche io mi ero domandata quando fosse importante il sapere con Google sempre a disposizione ed ho ricevuto diversi feed back in linea con il tuo pensiero che mi hanno rincuorata.

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