Cum Grano Salis

Riflessioni di una Contabile su temi Economici e Finanziari di MONICA VITALI

MA PERCHE CI DICONO CHE IL PIL DEVE CRESCERE?

Perchè ci dicono che il PIL deve crescere

Devo dire che di libri di economia ne ho letti diversi, dall’Università in poi, eppure non ho mai trovato una risposta precisa ad una domanda che mi faccio da parecchio tempo: ma perché si parla sempre di incremento del PIL come se fosse la soluzione di tutti i problemi?

Il fatto che il PIL non sia un indicatore adeguato del benessere di un paese è un dato di fatto ormai consolidato perché il benessere è dato anche e soprattutto da tanti elementi intangibili. Però il PIL, con tutti i suoi limiti e difetti, rappresenta un indicatore facilmente misurabile e quindi rimane ancora il principale parametro di riferimento per il benessere e la ricchezza di un paese.
Ma che cos’è il PIL?
Il PIL, ovvero “Prodotto Interno Lordo”, è il valore dei beni e servizi prodotti in un Paese nel corso di un anno, e destinati al consumo, agli investimenti alle esportazioni, al netto delle importazioni.
Affinché cresca il PIL devono crescere questi 3 elementi.
E in Italia in questo periodo si parla sempre di più di incremento dei consumi interni per rilanciare l’economia reale.
Ma perché i consumi devono necessariamente crescere per stare meglio?
Abbiamo già tanti oggetti, molti di più di quelli che ci servono per avere un’esistenza piena. Si può supporre che all’inizio del secolo scorso una famiglia di quattro persone mediamente agiata fosse circondata da 150 a 200 oggetti, compresi le stoviglie e i vestiti. Oggi invece dispone di circa 2500-3000 prodotti (esclusi i libri) mentre si stima intorno a 20.000 il numero di oggetti con cui un individuo può venire in contatto nel corso della sua vita.
Avere troppo oggetti non li fa apprezzare. E’ stato scientificamente dimostrato che, malgrado la varietà di alternative attragga maggiormente gli individui, una sovrabbondanza di opzioni determina effetti negativi dovuti alla difficoltà e alla minore accuratezza della decisione (è il cosiddetto “choice overload”), con aumentata probabilità di emozioni negative come il rimpianto e il rammarico. Di fatto la presenza di un numero eccessivo di alternative tra le quali scegliere può paralizzare l’uomo mandando in corto circuito il cervello.
Anche il piacere di possedere un oggetto a lungo desiderato è destinato ad avere breve durata, in quanto l’uomo è geneticamente programmato per non avere uno stato prolungato né di sofferenza né di euforia perché sarebbe messa in discussione la sua stessa sopravvivenza. Una nuova esaltante esperienza o una vincita alla lotteria producono un effetto che è destinato a scemare entro breve perché la mente ci protegge dagli eventi emozionali forti, buoni o cattivi, che bloccherebbero la nostra capacità di azione e la nostra capacità di godere delle piccole gioie.
Quindi a livello del singolo soggetto mediamente benestante la crescita della produzione, con il conseguente aumento degli oggetti disponibili, non comporta proporzionalmente un maggiore stato di benessere. Certo questo discorso non vale per chi ha perso un lavoro e non ha più un reddito, o che può contare su un reddito al di sotto di un certo livello, ma quel livello di reddito al di sotto del quale si stà male forse è più basso di quello che saremmo portati a pensare, se non fossimo continuamente spinti a consumare di più per fare crescere quel PIL che dovrebbe farci stare meglio. Francamente mi sembra un paradosso.
Quando gli economisti ci intimidiscono dicendo che i redditi sono tornati al livello del 1986, mi viene da sorridere pensando a come si stava meglio nel 1986 rispetto ad adesso, quando ancora esisteva la sanità pubblica e il tasso di disoccupazione non raggiungeva le percentuali preoccupanti di questi ultimi anni. I poveri erano meno poveri e i ricchi erano meno ricchi. Analogamente quando sento che il PIL è tornato al livello del 2001. Non mi sembrano gli anni della guerra, ma anni in cui si era più sereni. Dove sta allora il problema?
Il problema è che a livello di sistema paese c’è l’imperativo di aumentare i PIL perchè la crescita serve a coprire le pecche di una spesa pubblica ormai fuori controllo. Praticamente siamo condannati alla crescita del PIL perché diminuire la spesa pubblica sembra sia troppo complicato. Se non spendessimo più di quello che produciamo, forse si potrebbe stare tutti meglio anche producendo di meno.
A livello mondiale invece la crescita del PIL la capisco ancora di meno. Se aumenta la produzione significa anche aumento dell’inquinamento e diminuzione delle risorse, e non si può pensare di crescere in questo modo all’infinito se non si inventano altri modi meno inquinanti di produrre energia e sfruttare le risorse, altrimenti la crescita finisce per distruggere il pianeta. Certo, noi abbiamo un tenore di vita diverso da quello di un africano, al quale per lo meno dovrebbero essere garantite cure ed alimentazione adeguata.
Ma anche nei paesi cosiddetti sviluppati, fra tumori, diabete, obesità e nevrosi qualche problemino mi sembra che ci sia.
Quindi, quando senso insistere sulla crescita come soluzione a tutti i problemi, mi viene da pensare invece che ci vorrebbe una maggiore perequazione dei redditi, una gestione intelligente dell’ambiente e delle risorse e una più oculata gestione della spesa pubblica.
Ma vallo a spiegare ai politici e agli economisti.

Post Correlati

% Commenti (2)

Queste riflessioni devono essere portate a conoscenza di tutti e anche nelle scuole superiori….perché la gente comune i laici non siano piu succubi di queste falsità..proposte come fosse oro colato ogni minuto della nostra esistenza…il pil sia come gli pare… gli sprechi pubblici non più…l esercito dei politici succhia vampirescamente soldi e …soprattutto potere sui cittadini (dovrebbe essere il contrario)

Vedo che un post scritto un po’ di tempo fa continua ad essere molto cliccato perché purtroppo è sempre molto attuale. Se risolvessimo il problema degli sprechi, del debito pubblico e della spessa pubblica non dovremmo più stare appesi allo 0,0001 della crescita del PIL.

Leave a comment