In Italia si parla spesso di meritocrazia, ma molto meno dei danni della sua mancanza.
È un tema su cui rifletteva con grande lucidità anche Piero Angela, capace come pochi di spiegare questioni complesse con un linguaggio semplice e accessibile a tutti.
Mi è tornato in mente leggendo il suo libro A cosa serve la politica (Mondadori, 2012), in cui torna più volte proprio su questo concetto.
A prima vista può sembrare un’osservazione quasi banale. Siamo abituati a dire che l’Italia non è un paese meritocratico. Ma Angela riesce ad andare oltre questa constatazione e a spiegare perché questo problema ha profonde conseguenze sul funzionamento della società.
IL PROBLEMA PARTE DALLA SCUOLA
Angela parte proprio dalla scuola.
Osserva come il sistema scolastico, cercando giustamente di aiutare e integrare ragazzi che hanno difficoltà o disabilità, finisca spesso per non valorizzare abbastanza gli studenti particolarmente brillanti. Mancano iniziative e percorsi che permettano a questi ragazzi di sviluppare davvero il proprio potenziale.
Eppure premiare il merito e l’impegno non significa creare disuguaglianza. Al contrario, potrebbe generare un effetto positivo di emulazione, capace di stimolare tutti gli studenti a migliorarsi.
QUANDO ESSERE BRAVI DIVENTA UN PROBLEMA
Invece capita spesso il contrario.
Lo studente più bravo non è necessariamente quello più ammirato. Talvolta deve fare i conti con l’invidia dei compagni e con una pressione implicita ad abbassare il proprio livello per essere accettato dal gruppo.
Così, invece di contribuire ad alzare il livello generale della classe, rischia di adeguarsi verso il basso.
UGUAGLIANZA DELLE OPPORTUNITÀ O DEI RISULTATI?
Dietro questo atteggiamento c’è spesso una confusione culturale.
Si tende a puntare molto sull’uguaglianza sociale, ma si dimentica che l’uguaglianza più importante dovrebbe essere quella delle opportunità, non quella dei risultati.
Se anziché premiare l’appartenenza si riconosce e si premia il merito di chi ha talento e si è impegnato per esprimerlo, il vantaggio non è solo individuale ma collettivo.
LA CULTURA DELLA PICCOLA FURBIZIA
Il problema non riguarda solo il merito.
Nel nostro Paese spesso non si premiano abbastanza l’onestà, la competenza e il senso di responsabilità. Allo stesso tempo non si puniscono davvero comportamenti scorretti, piccoli illeciti e scorciatoie.
Anche a scuola questo si vede. Passarsi le risposte durante un compito in classe può sembrare una piccola furbizia innocua. Nessuno vuole fare la spia.
Ma è proprio lì che si costruisce una mentalità che poi ritroviamo nella vita adulta: quella che giustifica i comportamenti scorretti con la frase più pericolosa che esista — “tanto lo fanno tutti”.
LA SOLUZIONE: I MODELLI
Per me la soluzione passa soprattutto dai modelli.
Deve passare il messaggio che impegnarsi, studiare, rispettare le regole e fare bene il proprio lavoro non è qualcosa di cui vergognarsi.
Al contrario: chi non si impegna, chi fa il furbo e chi non rispetta le regole della collettività dovrebbe essere percepito come fuori posto, non come qualcuno da ammirare.
Ai bambini e agli adolescenti dovrebbe arrivare con chiarezza l’idea che essere studiosi e curiosi è qualcosa di positivo, indipendentemente dalle pressioni del gruppo.
VASCO ROSSI L’AVEVA GIÀ CAPITO
Curiosamente questa intuizione l’aveva già espressa, a modo suo, anche Vasco Rossi che nel 1979, nella canzone Albachiara, cantava: “Ti piace studiare, non te ne devi vergognare.”
E se lo dice Vasco…
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