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Riflessioni di una Contabile su temi Economici e Finanziari di MONICA VITALI

LA CROCE DEL QUESTIONARIO ISTAT

ISTATAlla ripresa del lavoro dopo le ferie uno dei primi regali che un amministrativo si trova sulla scrivania (o nella casella di posta elettronica) è il famigerato questionario ISTAT.
Se fosse solo uno andrebbe anche bene, il problema è che negli ultimi anni c’è stata una vera e propria fioritura di questionari. Ormai l’ISTAT fa indagini su tutto: sulle tecnologie dell’informazione, sul trasporto merci, sull’impatto ambientale, sui posti vacanti, sui prodotti energetici, sulle unità locali e chi più ne ha più ne metta.

 

La rilevazione in oggetto, dopo avere girato varie scrivanie, puntualmente si ferma in amministrazione perché magari alla pagina 11, fra le altre 100 domande, chiedono il fatturato dell’anno precedente e automaticamente il questionario diventa di tua competenza. Poiché non conosci tutti gli altri dati, inizia lo slalom fra gli uffici per mettere insieme quattro numeri che abbiano un senso.

 

Perché il problema è questo: le domande che l’ISTAT pone a volte sono così assurde o di difficile determinazioneche tocca poi tirare i dati per poter mettere i numeri.

Premetto che, come tutti quelli che fanno il mio lavoro di contabile, solitamente sono molto scrupolosa quando devo scrivere un numero, ma alzi la mano chi non è caduto nella tentazione di approssimare i dati per non perdere gli anni della propria giovinezza nella compilazione.

Tra l’altro mi è stato riferito da fonte certa che anche gli addetti che si occupano della rilevazione dei prezzi per il paniere ISTAT, di fronte alla richiesta di reperire prezzi di prodotti anacronistici come l’olio delle lampade per illuminazione (uscito da poco dal paniere malgrado siano 50 anni oramai che non si usa più) dopo aver girato 15 giorni nelle ferramenta alla ricerca del misterioso valore, finiscono per stimarlo. Se lo fanno loro che giocano in casa, figuriamoci lo sventurato in azienda che deve riempiere tutte le caselle! Perché piuttosto che rischiare di prendere una multa per inadempienza è sempre meglio scrivere qualcosa. E così oggi una mia collaboratrice deve “impiegare” una giornata per la redazione del questionario sul sistema dei conti delle imprese (già solo il titolo puzza di preistoria), più il mio tempo per la correzione e supervisione. Oltretutto molti dati l’ISTAT li troverebbe già dal bilancio depositato in Camera di Commercio, per cui non capisco per quale motivo glieli devo ridare.

 

Caro ISTAT, vorrei farti notare che, malgrado i vari impedimenti, c’è ancora qualcuno in Italia che prova a lavorare, e non mi sembra il caso di soffocare le aziende con improbabili questionari. Alla fine il risultato sarà la somma di dati che migliaia di amministrativi e addetti al personale avranno compilato malvolentieri, spesso non capendo cosa devono scrivere perché le istruzioni non sono chiare, e senza conoscere lo scopo finale. Perché non mi è mai successo che l’ISTAT mi scrivesse per comunicarmi i dati globali delle ricerche dopo che mi sono presa la briga di fare la mia parte.

 

Facciamo così: io ti faccio uno o al massimo due questionari all’anno fatti bene, ma tu non mi subissare con richieste di ogni tipo. Concentrati su poche informazioni ma buone. E magari spiegami perché la mia azienda viene sempre sorteggiata per entrare in un campione di imprese su cui devi testare un nuovo questionario. Che fortuna!

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