Cum Grano Salis

Riflessioni di una Contabile su temi Economici e Finanziari di MONICA VITALI

TUTTO E’ IN FRANTUMI E DANZA

Tutto è in frantumi e danza

 

“Tutto è in frantumi e danza” cantava Jim Morrison 40 anni fa a significare che tutto è caos, che non esiste un senso alla vita, ma che non dobbiamo preoccuparci e dobbiamo prenderla spensieratamente danzando …leggeri. L’ultimo libro di Guido Maria Brera è un “passo a due” scritto con Edoardo Nesi e intitolato come la canzone di Jim Morrison, anche se, in verità, allo stato attuale delle cose c’è poco da danzare leggeri.

 

Il libro merita di essere letto anche e soprattutto se si ha un budget di tempo limitato perché il rapporto fra tempo di lettura e spunti di riflessione interessanti è decisamente molto favorevole. Non essendo un romanzo posso sbilanciarmi a raccontare ciò che mi ha colpito di più senza temere di togliere a nessuno il piacere della lettura.

 

Il libro ripercorre la storia economica dall’alba degli anni 2000 sino ai giorni nostri, nella contrapposizione tra due punti di vista diversi, intrecciando alla storia comune di tutti noi quella delle vite degli autori che danno una chiave di lettura degli eventi trascorsi attraverso le proprie vicende personali.

 

Il punto di partenza è il 31 dicembre 1999 (con qualche incursione nei 50 anni precedenti al dopoguerra) per capire da dove siamo partiti per arrivare alla situazione attuale. Con il senno di poi la storia assume un altro sapore e un altro colore, perché mentre si vivono gli eventi spesso non si riesce a coglierne il senso più profondo. Alla luce dei fatti successivi l’interpretazione che possiamo dare oggi a quel periodo è “la quiete prima della tempesta”.

 

L’anno zero che fa da spartiacque fra il “prima” e il dopo” viene fatto risalire all’abolizione da parte di Bill Clinton della divisione fra le banche commerciali tradizionali e banche d’affari, ritornando alla famigerata “banca universale” che aveva portato ai dissesti finanziari del ‘29.  Fu l’ultimo atto promulgato da Bill Clinton prima di lasciare la Casa Bianca nel 1999. L’abbattimento del muro che limitava la contaminazione fra economia reale e finanza ha spianato successivamente la strada al dissesto della Lethman, a riprova che la storia a volte non insegna abbastanza.

 

Fino all’alba del 2000, dopo cinquant’anni senza guerre e con internet che annullava le distanze fisiche e mentali, c’era la fiducia delle persone nella crescita e nella globalizzazione, grazie anche alla liberalizzazione degli spostamenti di capitali, di beni, di servizi, di uomini e di idee. L’economia cresceva ovunque e le banche prosperavano, quindi che senso aveva in Italia preoccuparsi del bilancio dello Stato che sprofondava?

 

E così sotto sotto proliferavano i germi che avrebbero fatto esplodere la malattia. Ne sa qualcosa Edoardo Nesi, che parla della sua commovente storia di imprenditore tessile pratese e della competizione con i cinesi che avrebbe portato alla dolorosa chiusura dell’azienda di famiglia, con la presa di coscienza che non si può vincere una partita quando si gioca allo stesso tavolo ma con regole diverse.

 

E ne sa qualcosa Guido Brera, che credendo in una finanza etica va in crisi nel momento in cui si rende conto che la posta in palio non sono più le aziende che falliscono masticabili dai microbi saprofiti del mercato, ma che questa volta si tratta di interi Stati e di milioni di uomini dei quali la finanza riesce a condizionare il destino molto più della politica.

 

E’ in questo scenario che Nesi si appresta ad intraprendere la sua deludente esperienza politica, per rendersi presto conto che “un singolo deputato non può nulla, ma neanche il suo partito può nulla, in realtà nessun partito (nemmeno quello di maggioranza) può nulla e capisci che è la politica italiana stessa a non potere nulla”.

 

Brera invece rimarca a più riprese il suo scetticismo per il QE di Draghi spiegandone dettagliatamente le ragioni per cui salva gli Stati e le banche ma ignora l’economia reale.

 

Alla fine Brera sembra non aver superato il senso di colpa per le disuguaglianze causate in ciò in cui credeva che non gli fanno godere dei successi finanziari e della popolarità raggiunta, mentre Nesi sembra non essersi ancora riconciliato con se stesso per la vendita dell’azienda di famiglia. Entrambi concordano che il processo non si può fermare ma che vanno messe delle regole per non continuare a svendere diritti acquisiti come lavoratori in cambio dell’illusione del benessere data dai consumi di beni a basso costo.

 

In pratica una T shirt di H&M e simili in cambio dell’articolo 18.

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