Cum Grano Salis

Riflessioni di una Contabile su temi Economici e Finanziari di MONICA VITALI

IL CICLO DI VITA DI UN ABITO

Ciclo di vita din un abito

 

Quando e perché buttiamo via un vestito? Quando è rotto, passato di moda, quando non è più della nostra taglia, non cade più bene addosso o non rappresenta più il nostro stile?

 

E’ una domanda che mi sono posta spesso e ultimamente ancora di più, perché a me piace in generale avere il giusto numero di cose, né più né meno di quanto mi serve, e con gli abiti questo accade ancora di più perché li coccolo a tal punto che quasi ci parlo.

 

Cercando la risposta sul web ho trovato solo articoli che insegnano a fare ordine nell’armadio, a non accumulare abiti che non si mettono più e che impediscono di avere un guardaroba “veloce e consono alle proprie esigenze”, ma io cercavo qualcosa di diverso. La “pulizia dell’armadio” è una cosa che cerco di fare da sempre, perché mi rilassa mettere in ordine i vestiti, ma volevo analizzare meglio i criteri che mi spingono a liberarmi di una gonna, di un pantalone o di una maglia. I pensieri e le motivazioni che stanno dietro a quel gesto.

 

Da una parte c’è un problema etico. Il settore tessile in questo momento è oggetto di forte attenzione da parte dell’opinino pubblica riguardo la sostenibilità delle diverse fasi della lavorazione, essendo al secondo posto della classifica delle industrie più inquinanti al mondo. Le produzioni tessili sono spesso caratterizzate da processi notevolmente impattanti dal punto di vista ambientale, soprattutto per l’utilizzo di acqua, il consumo di energia elettrica e l’impiego di prodotti chimici.

 

La moda fast fashion spinge all’acquisto compulsivo e di bassa qualità, tanto che, additate dai consumatori più consapevoli, le aziende di moda stanno correndo ai ripari, a partire da alcune catene di abbigliamento a basso costo che hanno iniziato una campagna di raccolta e riciclo di abiti usati in cambio di buoni sconto sugli acquisti successivi, sino alla Camera Nazionale della Moda Italiana, che si sta impegnando per porre la sostenibilità come valore fondante del sistema moda italiano.

 

Nell’attesa che il sistema trovi modi originali e efficaci di riutilizzo, sono sempre alla ricerca di fonti di “spaccio” di abiti usati sicure (quella che avevo pare che non possa più fare questo servizio), per evitare di buttare gli abiti nei cassonetti dalle varie associazioni benefiche che rivendono gli abiti per finanziarsi ma, da quello che mi dicono, hanno un processo di riciclo non completamente trasparente. Per cui se prima di metterli nel cassonetto mi intercetta qualcuno chiedendomi il sacco che ho in mano, anche se di solito è un uomo con una taglia e un colore diverso dal mio glieli cedo volentieri, chiedendo garanzia che abbia qualcuno della mia misura a cui darli.

 

Cerco invece di evitare di gettare gli abiti nell’indifferenziata. Alla peggio li riciclo come stracci, per dargli almeno un’ultima chance di vita.

 

Anche perché quando butto via un abito io ho due strazi: uno perché mi sento di inquinare, l’altro perché è come se buttassi via dei soldi. Strano perché a volte penso che di soldi ne butto via di più in altri acquisti ma non so perché con gli abiti faccio più fatica. Forse perché sono rimasta dell’idea antica che un vestito è per sempre, come era un tempo quando ci si prendeva la briga di rammendare e rattoppare, e anche se oggi questo accade sempre meno nella mia testa il retaggio è duro a morire.

 

Eppure non riesco a risolvere il problema dell’acquisto senza prima avere risolto quello dello smaltimento, perché quando compro voglio essere consapevole di come quell’abito finirà la sua vita, in quali occasioni lo metterò, quante volte lo porterò, se dovrò portarlo a lavare in lavanderia (altro inquinamento e aggravio di costi) o se potrò lavarlo in lavatrice.

 

È un evergreen di qualità?  Si conserverà in fretta?  Passerà di moda? Mi andrà sempre bene? L’ultima questione l’ho risolta cercando di mantenere costantemente la stessa taglia, anche per non cambiare guardaroba ad ogni oscillazione della bilancia.

 

Certe volte mi rendo conto che nel dispiacere di liberarmi di un pantalone o una maglia che non mi convince mi ostino ad indossarlo cercando di farmelo piacere ad ogni costo e finisce che mi sento a disagio per tutta la giornata. Allora mi affido al “pre-cestino” che ho a casa di mia mamma dove tengo gli abiti in un limbo. Giacche firmate e jeans non li butto via mai, e se non tornano di moda li cambio o li modifico. A volte ad un certo punto me ne libero pensando che stiano meglio addosso a qualcun’altro piuttosto che a marcire nel mio armadio di ragazza. Alcuni pezzi con ricordi sentimentali sono in una scatola. Per gli abiti di mio figlio è più facile perché o li distrugge oppure riesco sempre a trovare qualcuno a cui darli sapendo che a sua volta li darà a altri. E poi è più facile “spacciare” abiti usati per bimbi piuttosto che per adulti: nel primo caso nessuno si scandalizza perché i bambini si sa che crescono in fretta e non ha senso investire troppi soldi nell’abbigliamento, nel secondo caso invece la questione è più delicata e io non me la sento di proporre il riciclo ad amiche o colleghe.

 

Recentemente ho deciso di fare una foto a ciò che butto così mi rimane qualcosa per sempre di quel vestito e me ne libero più volentieri.

 

Insomma non è facile avere un guardaroba ordinato funzionale giusto ed ecologico. Ci si deve lavorare sopra.

 

E se qualcuno starà pensando sorridendo “Ma dai Monica, quanti problemi ti fai! Alla fine sono solo vestiti!” vorrei rispondere che no, non sono solo vestiti, perché noi siamo i nostri vestiti. Da quando l’uomo ha smesso di coprirsi con le pellicce di animali (o forse già da allora) ed è passato ai tessuti ha sempre cercato di distinguersi per classe, gusto o originalità anche attraverso ciò che indossa.

 

Perché alla fine noi siamo ciò che compriamo, ciò che indossiamo e in questi tempi siamo anche ciò che gettiamo.

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