Aggiornato il 9 settembre 2026
Negli ultimi decenni, con l’arrivo delle compagnie low cost, i costi degli spostamenti si sono abbassati ed è diventato di moda visitare località esotiche, capitali europee o andare alla scoperta di luoghi che prima venivano guardati da tante persone solo alla televisione, sui social o nelle riviste patinate.
Una frase che ricorre frequentemente in quest’epoca è: “I soldi nei viaggi sono sempre soldi spesi bene”.
Ma siamo sicuri?
Ha sempre senso spendere soldi, tempo ed energie nei viaggi?
QUELLO CHE NON CONOSCI NON TI MANCA
I nostri genitori e i nostri nonni si ponevano molto meno il problema.
Viaggiare era difficile e costoso ed era riservato alle persone più motivate e abbienti. Era già molto se potevano permettersi il viaggio di nozze o qualche giorno lontano da casa.
Forse c’era un senso di mancanza o un desiderio inespresso quando vedevano le immagini in televisione o sulle riviste, ma conoscevano molto meno i lati positivi e negativi del viaggiare e soprattutto non sapevano se viaggiare facesse al caso loro oppure no.
Con l’arrivo di Internet il mondo si è progressivamente aperto davanti ai nostri occhi. Oggi possiamo sapere cosa c’è dall’altra parte del pianeta senza esserci mai stati. Cinema, televisione e riviste avevano già contribuito a creare l’immaginario di alcuni luoghi; Internet e i social hanno moltiplicato enormemente questo fenomeno.
Ma vedere continuamente luoghi ed esperienze significa anche imparare a desiderarli. Le Maldive, il safari in Africa, le grandi città americane, le destinazioni esotiche entrano nel nostro immaginario molto prima che possiamo chiederci se quel tipo di viaggio ci piacerebbe davvero.
E non è sempre facile distinguere un desiderio autentico da un desiderio indotto dall’immaginario. A volte desideriamo veramente un luogo, altre volte desideriamo soprattutto l’idea che abbiamo costruito di quel luogo. Ma non tutti i viaggi che abbiamo sognato devono essere necessariamente recuperati. Possiamo anche riconoscere che quel desiderio apparteneva ad un’altra fase della nostra vita e che oggi non ci interessa più abbastanza per partire.
IL VIAGGIO CON SCOPO EDUCATIVO
“Viaggiare apre la mente, rende più felici e aumenta la creatività”.
È sufficiente googlare la parola “viaggiare” per trovare una serie di siti che elencano i benefici attribuiti ai viaggi.
Viaggiare ha dei vantaggi se fatto in modo consapevole. Ma se viaggiare diventa visitare di corsa i luoghi che visitano tutti quando ci vanno tutti, con figli disinteressati a quello che stanno facendo, forse qualche domanda bisogna farsela sullo scopo educativo del viaggio.
E soprattutto viaggiare non apre automaticamente la mente. Si può attraversare mezzo mondo rimanendo dentro una bolla turistica, così come si può imparare moltissimo di un Paese attraverso libri, film, documentari, Internet e il racconto di chi ci vive.
Personalmente quando mi reco in un luogo lo confronto con l’idea che mi ero fatta in testa. Mi piace avere una mappa mentale completa e più precisa possibile di come è formato il mondo, e in particolare l’Italia, per poter essere una cittadina sempre più consapevole.
Ma oggi mi chiedo anche se per costruire questa mappa sia davvero necessario andare fisicamente dappertutto. Essere in un luogo aggiunge qualcosa che nessun altro strumento può restituire completamente, ma non è l’unico modo per conoscerlo.
Forse il viaggio ha davvero uno scopo educativo quando nasce dalla curiosità e dal desiderio di capire, non semplicemente dal fatto di esserci stati.
VIAGGIARE PER I SOCIAL O PER LA BANDIERINA ![Viaggiare è sopravvalutato Viaggiare è sopravvalutato]()
Ormai è diventato di moda viaggiare per mettere la bandierina, per fare le foto sui social e far crepare di invidia gli amici, magari con annessa frase motivazionale.
E così spesso ci rechiamo in luoghi che non ci rappresentano, per accontentare la famiglia, per parlarne al ritorno con i colleghi, per non dare la sensazione di essere degli “sfigati” che non possono permettersi di andarci.
Ma la bandierina è solo la parte più evidente del fenomeno. Cinema, televisione, pubblicità, libri, racconti e oggi social e creator hanno costruito nel tempo un immaginario di luoghi che abbiamo imparato a desiderare. E non è sempre facile capire quanto desideriamo veramente un viaggio e quanto desideriamo l’idea di quel viaggio.
Ci rechiamo così in luoghi che probabilmente non hanno senso per noi, senza neanche sapere quali siano quelli più adatti a noi. Spesso non li viviamo appieno perché distratti dai telefoni, dai figli, dai pensieri del lavoro. Basta sapere o dire che si è andati lì. Basta “staccare”, anche senza essere stati presenti a sé stessi fino in fondo.
Forse dovremmo farci una domanda molto semplice: se togliessimo l’immagine iconica di quel luogo e il piacere di poter dire che ci siamo stati, cosa vorremmo concretamente fare durante le nostre giornate lì?
Perché un viaggio non dovrebbe essere bello soltanto quando lo raccontiamo al ritorno. Dovrebbe piacerci mentre lo stiamo vivendo.
Essere contenti di essere stati in un posto e avere voglia di trascorrere una settimana in quel posto non sono necessariamente la stessa cosa.
TI SEI MAI CHIESTO SE TI PIACE VERAMENTE VIAGGIARE?
Fatte tutte queste considerazioni, io me la sono fatta questa domanda e ho capito che a me piace viaggiare, ma non sempre, comunque e a prescindere.
Sembra invece che si debba dare per scontato che non ci sia limite alla voglia di viaggiare. Gli unici limiti ammessi sono i soldi e il tempo a disposizione. Altrimenti vieni considerato pigro, svogliato, uno che non si gode la vita e magari priva anche i propri figli di esperienze uniche e irripetibili.
Eppure non tutti abbiamo lo stesso bisogno di movimento, di novità e di luoghi nuovi. C’è chi partirebbe continuamente e chi è molto più selettivo. E soprattutto il costo di un viaggio non è soltanto quello che paghiamo: ci sono il tempo, le energie, l’organizzazione, il lavoro lasciato indietro, gli eventuali rischi e tutto ciò a cui rinunciamo per poter partire.
Se dici che non hai voglia di fare la valigia, affrontare lunghe ore di volo, organizzare tutto o magari fare vaccinazioni e profilassi per raggiungere una determinata destinazione, sembra quasi che tu debba giustificarti.
Ma forse la domanda giusta non è quanto ci piace viaggiare in generale. È quali viaggi valgono davvero, per noi, tutto quello che richiedono.
Perché un luogo può essere meraviglioso, imperdibile per qualcun altro e contemporaneamente non valere la pena per noi.
Capirlo non significa avere perso la curiosità o la voglia di vivere, significa forse aver cominciato a scegliere i viaggi con un proprio metro di misura. Più viaggiamo e più ne costruiamo un nostro personale: impariamo cosa ci coinvolge davvero, cosa ci annoia, quanto contano per noi l’atmosfera, le persone, la libertà di muoverci, la cultura o la natura. E così smettiamo progressivamente di chiederci se un luogo meriti di essere visto e cominciamo a chiederci se meriti di essere visto da noi.
UNA VITA INTERESSANTE ANCHE QUANDO NON VIAGGI
Dopo anni di turismo di massa e di overtourism, credo che il prossimo trend potrebbe essere quasi il contrario: non avere più bisogno di viaggiare continuamente per sentirsi vivi e avere qualcosa da raccontare.
Vedere continuamente altrove vite ed esperienze apparentemente più interessanti della nostra può farci percepire la nostra quotidianità come insufficiente. E allora il viaggio, oltre a essere scoperta e piacere, può diventare anche una forma di fuga.
Ma il vero lusso potrebbe diventare costruirsi una vita interessante anche quando si rimane a casa, fatta di relazioni, passioni, esperienze e curiosità che non richiedono necessariamente un aereo.
Il viaggio continuerà ad arricchirci, ma dovrebbe tornare a essere una scelta e non una necessità, qualcosa che aggiunge valore a una vita già piena invece di doverla periodicamente compensare.
E forse sarà proprio questo il nuovo metro di misura: un viaggio, per meritare il nostro tempo, i nostri soldi e le nostre energie, dovrebbe essere abbastanza interessante da competere con la vita che viviamo ogni giorno.
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