Cum Grano Salis

Riflessioni di una Contabile su temi Economici e Finanziari di MONICA VITALI

QUANDO IL MECCANISMO DEL LIBERO SCAMBIO SI INCEPPA

Al di la delle teorie più o meno liberali che ormai tutti stanno imparando a conoscere accendendo la televisione o leggendo i giornali, per risalire alle origini di come si è formata l’economia di scambio bisogna andare molto ma molto indietro nel tempo.
E’ fra il 5.000 e il 3.000 avanti cristo, durante l’età del rame, che ad un certo punto l’uomo, stanziale e autosufficiente per tutti i suoi fabbisogni, inizia a scoprire la divisione del lavoro, condizione indispensabile per lavorare i metalli, per poi scambiare i prodotti finiti con i frutti dell’agricoltura.
Lì c’è l’origine di tutto, insieme all’invenzione di strumenti adeguati che predispongono a questo importante passaggio, come la moneta nella successiva età del bronzo.
Con la divisione del lavoro l’uomo scopre che è molto più conveniente e utile specializzarsi in quello che sa fare meglio per poi scambiarlo con altri, che sono più bravi a realizzare altri prodotti oppure che abitano in zone dove ci sono beni che nel suo habitat non esistono.
Divisione del lavoro e nascita del commercio rendono l’uomo meno autosufficiente di prima.
Con la rivoluzione industriale questo fenomeno ha avuto un fortissimo impulso, la popolazione si è spostata dalle campagne, (dove ancora c’era un elevato grado di autonomia) alle città, attratta dalla prospettiva di un reddito sicuro e di maggiori comfort, ma in cambio di inquinamento e alienazione.
E’ così per vivere si è diventati completamente dipendenti dal lavoro degli altri.
Ognuno fa il suo pezzettino, al meglio, lo scambia con gli altri e per molto tempo il meccanismo funziona.
Funziona solo all’apparenza però, per quelli che si sono adattati darwinianamente a questa condizione. Ma non per tutti.
Quante persone si sono sentite ingabbiate in un posto fisso, difeso per anni dal sindacato e dalle banche, vendendo la propria anima?
Quanti figli si sono adattati alle aspettative dei genitori che li hanno spinti verso un lavoro sicuro tradendo le loro reali aspirazioni?
Quanti si sono ammalati, fisicamente e psicologicamente, stretti nelle morse di una città ma con la mente proiettata costantemente verso le ferie, i Caraibi, la campagna e ogni luogo che fosse “altro”?
Quanti si sono piegati a lavorare per aziende truffaldine, inquinanti delle quali si vergognavano?
Quanti si sono persi in un consumismo sfrenato, nella compulsione degli acquisti, nell’ansia da centro commerciale, nel Natale all’insegna del regalo inutile a tutti i costi?
Quanti posti statali figli del clientelismo hanno impiegato lavoratori a carico dello collettività sottraendoli alla possibilità di fare lavori socialmente più utili?
Eppure all’apparenza tutto funzionava.
Poi il meccanismo si è inceppato, nei modi e nei tempi che tutti ormai conosciamo.
Partendo dalla finanza, fino all’economia reale, qualcosa in questo ingranaggio non ha funzionato più, e ora molti si trovano senza avere un lavoro che permetta loro di fare il proprio pezzettino in cambio di denaro sufficiente per comprare dagli altri tutto ciò di cui hanno bisogno.
Poiché non si potrà più tornare ai tempi primitivi, quando il meccanismo ripartirà (perché ripartirà) bisognerà trovare un modo di conciliare la ripresa con un nuovo modo di intendere l’economia di scambio.
A mio avviso; minore sprechi, maggiore autoproduzione e condivisione, libera scelta del proprio lavoro in base alle proprie aspirazioni.
Perché se oggettivamente ci sono lavori che non piacciono a nessuno, altri lavori possono essere adeguati e appaganti per qualcuno e frustranti per qualcun’altro. Dipende dalle proprie aspettative, dal proprio vissuto, dalla propria scala di valori.
Tutti aspetti che non andrebbero più sottovalutati, altrimenti questi anni di crisi saranno passati invano.

 

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