Cum Grano Salis

Riflessioni di una Contabile su temi Economici e Finanziari di MONICA VITALI

QUANDO L’UFFICIO TITOLI DI UNA BANCA TI FA DANNARE

Ufficio titoli
Rimediare ad un errore non è facile

In questo post racconto un episodio che mi è capitato con l’ufficio titoli della mia banca. Mi auguro che possa portare consiglio a qualcun altro.

I fatti sono questi: nel mese di luglio del 2012, nel pieno della crisi finanziaria quando lo spread era a livelli stellari e l’Italia sembrava ad un passo dal default, ho fatto un’operazione della quale mi sono congratulata con me stessa per dei mesi: ho comprato un BTP.
In quel momento sembrava una pazzia, ma io credevo che la crescita dello spread fosse una difficoltà del momento frutto di una manovra speculativa, e che difficilmente lo Stato italiano non avrebbe pagato i propri debiti. Devo dire che ho avuto ragione: il mio BTP aveva un tasso del 4,15% NETTO, oltretutto acquistato ad un prezzo inferiore al valore di rimborso per cui con un rendimento effettivo ancora più alto. Un affarone.
Poi i tassi sono scesi sino al quasi-zero attuale, per cui il valore di quel titolo è schizzato alle stelle. Per chi non sapesse come funziona, il BTP garantisce un tasso di interesse fisso, nel mio caso il 4,15% netto. Se i tassi scendono, il titolo paga sempre quella percentuale di interesse, e chi lo vuole acquistare deve pagare più del valore che gli verrà rimborsato, così il maggiore prezzo di acquisto compensa gli interessi più alti che si incassano periodicamente, e alla fine il rendimento del titolo si allinea con i rendimenti del momento. Spero di essermi spiegata.
Visto l’elevato valore del titolo, le banche hanno iniziato a chiamare i clienti per consigliare loro di vendere questi titoli d’oro, o a consigliare di vendere quando i clienti si presentavano all’ufficio titoli. E così è capitato anche a me, che però non ne volevo proprio sapere di vendere e ho discusso animatamente con l’impiegato che si ostinava a farmi un conteggio dal quale sembrava convenirmi la vendita. Forte della mia laurea in Economia e Commercio con il massimo dei voti, con 30 e lode in finanza aziendale e matematica finanziaria, ho passato 20 minuti a contestagli il calcolo (con relativo attacco di bile per difficoltà a capirci), perché a mio avviso l’impiegato non conteggiava correttamente la cedola di imminente scadenza. E avevo ragione. Alla fine vendere o tenere sembravano soluzioni equivalenti, ma io mi ero affezionata “al mio tesoro” e ho deciso di tenerlo.

Dopodichè, il solerte impiegato mi ha spiegato che avendo un conto titoli cointestato con mia madre era opportuno sdoppiarlo perché legato ad un conto corrente intestato solo a me. “Non è regolare” mi dice, “prima o poi lo dobbiamo sistemare”. Penso: tanto vale farlo ora che sono qui. Faccio un mare di domande per capire che cosa comporta, e firmo la divisione. Dopo qualche giorno sul mio conto corrente, oltre al solito balletto di addebiti e contestuali accrediti legati alla variazione del conto titoli (manco a dirlo con un leggero sbilancio a mio favore), mi sono trovata l’addebitato delle imposte relative al capital gain, cioè sul guadagno che si realizza al momento della vendita di un titolo. Telefono in banca per chiedere spiegazioni e mi viene riferito che effettivamente il cambio di intestazione di un dossier titoli per lo Stato equivale ad una vendita, per cui mi è stato tassano il mio titolo come se lo avessi venduto. Io mi agito e l’impiegato candidamente mi risponde: “mi scuso ma mi ero dimenticato di dirlo” MI ERO DIMENTICATO DI DIRLO? Ma che significa “mi ero dimenticato di dirlo”? Siamo stati un ora a parlare dell’eventuale vendita del titolo che poi ho rifiutato, ti ho fatto tutte le domande sul cambio di dossier per capire che costi mi comportava, e tu ti dimentichi di darmi una informazione così importante? Se lo avessi saputo non avrei fatto la divisione del dossier titoli, avrei aspettato fino all’ultimo. O avrei fatto altre mosse.

A quel punto all’impiegato con cui ho trattato, al quale non affiderei neanche la gestione del portamonete di mio figlio, chiedo se è il caso di vendere il titolo, visto che lo Stato mi ha già tassato il guadagno. Altrimenti avrei pagato l’imposta anche sulle cedole che avrei incassato. Siccome non mi fido della risposta che mi dava, mi rivolgo ad un’altra impiegata dell’ufficio titoli, che mi conferma la bontà del mio ragionamento. Faccio tutto al telefono, visto che ci ho già perso anche troppo tempo in questa faccenda e decido di vendere. Dopo qualche giorno mi trovo la vendita con addebitate le commissioni bancarie (neanche poche) che portando il titolo alla scadenza non avrei avuto.
Da quello che mi è successo ho tratto le seguenti conclusioni:
1) mai fidarsi di quello che ti dice la banca. Tutta questa premura nel contattare i clienti per la vendita dei titoli penso che sia dovuta anche e soprattutto alla voglia di incassare le commissioni;
2) anche se l’impiegato di turno è in buona fede, spesso non è sufficientemente preparato. Alcuni conoscono quelle quattro cose a memoria ma non sempre sono in grado di fare una valutazione e un ragionamento più complesso che consideri tutti gli elementi. E’ sempre bene quindi informarsi sull’operazione che si vuole compiere. Su internet, se si sa cercare, si trovano tutte le risposte. Oppure affidarsi a professionisti esperti.
3) vista la difficoltà di cui sopra, non capisco perché le banche non si dotino di programmi adeguati che facciano questi conteggi. Ho buttato un occhio al gestionale della mia banca e mi sembrava decisamente molto antico. Ormai si fanno software di tutti i tipi, moderni e semplici da usare. Invece i gestionali delle banche spesso richiedono così tanti parametri di immissione che l’impiegato si scoraggia e fa il conteggio con la calcolatrice. E poi si perde dei pezzi, come nel mio caso. Invece con un clic del mouse sul titolo il software dovrebbe essere in grado di fare tutte le valutazione legate non solo al titolo, ma anche alla posizione specifica della persona che vuole fare l’operazione.
4) esiste un fortissimo aspetto emotivo legato alla gestione del denaro, che cresce all’aumentare dell’età del cliente. Avendo mia madre ottanta anni ed essendo coinvolta nella decisione di sdoppiare il conto titoli, dovevo considerare anche l’impatto sul suo modo di pensare, a costo di prendere la decisione non ottimale dal punto di vista economico per non provocarle ansia. Quando ho provato a spiegarlo al bancario mi ha candidamente risposto: “Ah, infatti ci hanno fatto fare un corso sulla finanza emotiva” Ma va? C’era bisogno di fare un corso per capire che non sempre l’operazione più redditizia, specie per un anziano, è quella da consigliare? Basta un po’ di esperienza e un po’ di sensibilità per capirlo.
Perché non so se le banche l’hanno ancora intuito, ma per lavorare all’ufficio titoli bisogna essere un po’ informatici, un po’ legali e soprattutto molto psicologi ed empatici
Altrimenti Internet li spazzerà via.


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