Cum Grano Salis

Riflessioni di una Contabile su temi Economici e Finanziari di MONICA VITALI

ETICA E BUSINESS SONO IN CONTRASTO?

 

Etica e business
Etica e business sono in contrasto?

Bella domanda. Se intendiamo l’etica come si intendeva una volta, come una patina di buonismo per cattolici praticanti in contrapposizione al profitto e al denaro inteso come sterco del diavolo probabilmente sì.

Se invece per etica si intende un’abitudine all’eccellenzacome viene intesa oggi in senso più moderno, probabilmente no. Sostenibilità, attenzione all’ambiente, ricerca della bellezza e della funzionalità, relazioni appaganti con i dipendenti sono tutti elementi che hanno un costo finanziario, tangibile, di cassa, dato dalle spese da sostenere per essere a norma, per pagare stipendi maggiorati, per la ricerca di materiali non inquinanti, ma che nel lungo periodo possono tradursi in un vantaggio competitivo impagabile.

 

Alcuni di questi spunti sono emersi l’altra sera nel corso di un incontro organizzato a Cesena dall’Associazione Giovani della Banca di Cesena e che vedeva come relatore il Prof James Hoopes venuto apposta dall’università di Boston dove insegna Business Ethics.

 

Il professore nel corso del suo intervento ha illustrato il suo concetto di azienda etica,  virtuosa, che tende all’eccellenza, e che vendendo etica acquisisce virtù, citando l’esempio di Steve Jobs che nella prima parte della sua vita era un personaggio “vizioso”, ma poi è cambiato grazie anche alla sua attività e al suo modo di viverla e pensarla.

 

Proprio lo stesso giorno avevo letto un articolo sul Corriere della Sera sul boom di profitti per “l’imprenditore più altruista del mondo”, ovvero un giovane imprenditore americano che ha deciso 6 mesi fa di portare il salario minimo dei suoi dipendenti a 70 mila dollari (tagliando il proprio compenso), e nel giro di poco tempo ha riscontrato un raddoppio di vendite e profitti.

 

E’ un po’ presto per stabilire se questo può essere un modello vincente, però e curioso vedere che tutte queste istanze di etica vengano proprio dagli Stati Uniti, che non sono propriamente la patria della moralità, probabilmente perché si sono resi conto che alcuni dei vecchi modelli hanno fallito sia dal punto di vista economico sia dal punto di vista personale, e ora stanno tentando nuove strade.

 

Tutti spunti che hanno avallato l’idea maturata da tempo dentro di me che il consumatore moderno della classe media non cerca più gli status symbol costosi da ostentare come simbolo di ricchezza, ma cerca gli oggetti che sono in sintonia con i suoi valori.  E questo a mio avviso ci porterà ad uscire dalla mentalità per cui le aziende buone non fanno utili (o ne fanno di meno) mentre solo quelle cattive fanno utili. Non esiste più buono o cattivo, è il mercato che sceglie e tutte le evidenze inducono a pensare che c’è una fetta crescente di consumatori che è molto attenta al comportamento dell’azienda, ai suoi valori, alla responsabilità sociale (quella vera, non di copertina), e che per questo è disposta a pagare un prezzo più alto. Certo, non parliamo di settori dove si compete sul prezzo, dove il peso della manodopera è determinante, e quindi oggettivamente è difficile conciliare profitto ed etica, ma di prodotti dove l’esperienza dell’acquisto è “altro” rispetto al mero prodotto o servizio.

 

Le possibilità ci sono, più di quelle che immaginiamo. E se un’azienda ha paura di cambiare perché ha già buoni risultati, le rimane sempre da sapere come sarebbe il suo andamento economico-finanziario se investisse sull’etica.

 

Perché l’etica non è semplicemente una cosa da fare, ma è un modo diverso di fare le cose che va ben oltre il conto economico.

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