Cum Grano Salis

Riflessioni di una Contabile su temi Economici e Finanziari di MONICA VITALI

IL CONVENTO E’ POVERO MA I MONACI SONO RICCHI

 

IL CONVENTO E' POVERO MA I MONACI SONO RICCHI
Il convento è povero ma i monaci sono ricchi
Questa frase, pronunciata alcuni anni fa dal politico Rino Formica, calza ancora a pennello per descrivere la situazione attuale del nostro paese, caratterizzata dalla sproporzione fra la ricchezza finanziaria detenuta dalle famiglie e  il debito pubblico dello Stato: la prima è il doppio del secondo.

 

Probabilmente l’abbiamo sentito dire talmente tante volte che oramai ci siamo assuefatti, ma ritengo che non ci siamo soffermati mai abbastanza a riflettere su come è potuto accadere questo.

 

Il problema viene da lontano, da molto lontano, praticamente da quando, con lo sviluppo del sistema industriale, lo Stato ha assunto compiti che richiedevano uno stanziamento ingente di fondi. Non soltanto le spese militari divennero molto maggiori, ma le autorità pubbliche presero su di sé la responsabilità di provvedere all’istruzione, alle opere pubbliche e alla crescita economica generale del proprio paese. Nell’economia preindustriale ognuno prevedeva al proprio sostentamento attraverso la famiglia, la Chiesa, o il nucleo di amici e parenti; lo Stato Sociale non esisteva, le infrastrutture erano misere e ci si spostava ancora con il carro e il cavallo.  A partire dal XIX secolo le finanze pubbliche sono state riorganizzate perché i soldi incassati tramite le tasse erano insufficienti a fronteggiare i nuovi bisogni sociali, e la spesa governativa ha assunto proporzioni tali da stimolare un vero e proprio “boom economico”. Tutto sembrava andare per il meglio, o perlomeno, non ci si poneva il problema di quanto potesse durare.

 

Purtroppo però chi gestiva i soldi pubblici in nome e per conto dei cittadini non li ha amministrati  come “un buon padre di famiglia” perché ha anteposto il proprio orticello al comune convento. D’altra parte nessuno controllava, perché ciascuno di noi era occupato principalmente ad accumulare e gestire la propria ricchezza privata, e poco o nulla  si interessava di come veniva gestiva quella pubblica. Cosa di tutti, cosa di nessuno.  

 

La ricchezza privata spesso veniva investita nell’acquisto di titoli pubblici, motivo in più per controllare come erano gestiti i soldi che venivano dati allo Stato prima sotto forma di tasse e dopo sotto forma di prestito, ma evidentemente tutto questo non bastava. Facendo una botta di conti invece, a qualcuno forse conveniva denunciare chi timbrava il cartellino in mutande, piuttosto che pensare a fare due ore di straordinario in più. Forse a quest’ora gli sarebbe rimasto qualcosa di più in mano.

Invece è successo che il debito pubblico è diventato insostenibile, squilibrato dalle sempre minori entrate per tasse e sempre maggiori spese, e il modello è saltato lasciandoci un regalo; mentre la ricchezza passava dalle mani pubbliche a quelle private, lo faceva in modo disomogeneo, con poche famiglie ricche (più brave, più fortunate o più ladre) che hanno accumulato molto e molte famiglie povere che hanno perso tutto o quasi.

Con questi precedenti, come fanno ora le persone a fidarsi dello Stato? Le tasse sono alte e gli esempi di sprechi non si contano. Perché dovremmo rinunciare a qualcosa di nostro se il sacrificio finisce in un buco nero senza fondo? Siccome non abbiamo lo stesso riguardo quando gestiamo i soldi di tutti, invece di impegnarsi in questo senso continuiamo a chiedere di gestirceli da soli. Pensiamo ad esempio alla pensione e alla frase che tutti noi abbiamo detto o sentito dire almeno una volta “se i contributi me li dessero in busta paga, saprei io che cosa farci!”.

 

Eppure pensiamoci un attimo: quanta ricchezza privata in meno ci servirebbe se ci fossero i servizi pubblici funzionanti e gratuiti? Non dovremmo accantonare risorse per visite mediche private, per asili, badanti, post-scuola, e forse addirittura non ci servirebbe neppure l’automobile, come nelle capitali di altri paesi. Se l’avessimo saputo prima forse non avremmo passato gli anni ottanta ad inseguire gli status symbol come l’automobile all’ultima moda, senza preoccuparci invece di come veniva gestito il trasporto pubblico, ad esempio a Roma. Così ora molti di noi rischiano di restare senza auto e con autobus e metropolitane che non funzionano. Che fregatura!

 

Allora? Allora urge un cambio di mentalità, più vicina a quella dei paesi più moderni, facendo meno distinzione fra attenzione ai soldi pubblici e ai soldi privati. In parte questo sta accadendo, ma ci vorranno decenni prima che le nuove generazioni abbiano assimilato completamente questi concetti.

Nel frattempo speriamo che il convento non crolli per mancanza di manutenzione, perché se ciò dovesse accadere i monaci ricchi e quelli poveri verrebbero seppelliti tutti, compresi quelli con i materassi gonfi.

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