Cum Grano Salis

Riflessioni di una Contabile su temi Economici e Finanziari di MONICA VITALI

ARRIVANO LE “INFORMAZIONI NON FINANZIARIE”

INFORMAZIONI NON FINANZIARIE
Le informazioni non finanziarie aumentano di peso

E’ stata da poco recepita la nuova direttiva europea 2014/95 sulle “non financial information” da parte delle aziende.

 

Che significa?

 

Significa che mentre nella società civile dilaga l’ignoranza finanziaria e aumenta sempre più la necessità di crescere in cultura eco-fin, nel mondo delle imprese, ovvero nel regno dell’economia e della finanza, diventa sempre più importante dare conto del proprio impatto sociale e ambientale.

 

All’inizio l’obbligo riguarderà le imprese di grandi dimensioni  che costituiscono enti di interesse pubblico, ma ogni impresa, anche PMI, potrà scegliere liberamente se e come impegnarsi sui temi della corruzione, delle pari opportunità, dell’ambiente, dei diritti umani, scegliendo quali azioni rendicontare, con quali documenti, e se farlo internamente o tramite certificazione esterna.

 

Non è certamente una novità dare informazioni che esulano dall’ambito eco-fin perché di bilancio sociale se ne parla da almeno 20 anni, e anche in assenza di veri e propri obblighi di legge molte imprese si sono già impegnate da tempo a rendicontare la propria sostenibilità in termini ambientali e sociali.

 

Questo perché la reputazione in termini di sostenibilità di un’azienda e dei propri marchi è diventata nel tempo sempre più importante per i consumatori finali (specie per i millennials), ma dietro non deve esserci soltanto un maquillage di facciata perché i clienti lo percepiscono se c’è autenticità e coerenza. Insomma, la trasparenza deve essere effettiva altrimenti rischia di diventare come quella di Volkswagen che chiosava la responsabilità sociale mentre manometteva i test sull’emissione dei gas inquinanti.

 

In quest’ottica l’economia della reputazione non è contraria al profitto, anzi, sembra che le imprese che la applicano abbiano performance migliori della media. Al contrario invece ammettere pubblicamente l’inattività su temi importanti può avere ripercussioni negative, specie per le grandi aziende alle quali il mercato chiede di prendere posizione sulla scacchiera dell’ESG (enviroment, sustenibility, governance) per essere competitive.

 

Ecco allora che il recepimento italiano della nuova direttiva 2014/95 a partire dal 2017 può contribuire ad arricchire lo scenario fornendo quella che dovrebbe diventare un’opportunità, anche nei mercati esteri o nei confronti del mondo bancario.

 

Fin qui tutto bene.

 

Però c’è un punto focale che va affrontato ogni volta che si passa dal campo del <volontario> al campo dell’<obbligatorio>, ovvero gli appesantimenti burocratici che si profilano all’orizzonte e la creazione di prospetti di valore reportistico che potrebbero non aggiungere altro se non aria fritta.

 

Si tratterà di capire quali dovranno essere gli indicatori non finanziari da selezionare, che dovranno essere strategici, precisi e misurabili. Indicazioni di legge con standard predefiniti permettono una maggiore comparabilità, ma rinchiudere la reportistica entro rigidi schemi può burocratizzare e aumentare i costi del processo, per cui si tratterà di trovare un punto di equilibrio. Al momento sembra che lo standard di riferimento sia flessibile e che varie opzioni siano possibili, come ad esempio la possibilità di presentare un documento a parte o di inserirlo all’interno della relazione sulla gestione.

 

E’ nella scelta dell’autonomia che si gioca la partita, perché la sincerità, la trasparenza e l’empatia con il consumatore è più facile che si raggiunga se viene lasciata libertà di azione, ma per fare questo bisogna che dentro le aziende ci sia una cultura, una sensibilità e delle competenza già molto avanzate. Diversamente ben vengano le indicazioni di legge che forniscono un elenco di ambiti minimi sui quali rendicontare, ma lasciando libertà di individuare i KPI più opportuni.

 

Al fine il colore del vestito potrà essere uguale per tutti ma dovrà essere cucito su misura per esaltare quello che realmente ci sta dentro. Altrimenti il vestito lo può confezionare il sarto più bravo del mondo ma rimarrà sempre e comunque uno straccetto.

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