Cum Grano Salis

Riflessioni di una Contabile su temi Economici e Finanziari di MONICA VITALI

L’INCUBO DI FORNITE

L'incubo di Fortnite mamme e bambini

 

Chi ha figli adolescenti o pre-adolescenti può capire perfettamente che non c’è niente di più frustrante per una mamma (ma anche per una donna, se l’adolescente è il marito) che competere con Fortnite.

Fortnite è il videogame che va per la maggiore fra i ragazzini nella fascia di età di mio figlio, che ha 12 anni. Uscito appena nel 2017 nel giro di pochissimo tempo ha avuto un successo esponenziale per una serie di motivi.

Innanzitutto il gioco, anche se violento, non ha spargimento di sangue perché ha una grafica in stile cartone animato. Ma quello che attira di più è che non è necessario “shoppare” ovvero spendere soldi per acquistare prodotti che fanno progredire, in quanto le possibilità di acquisto si limitano a degli “abbellimenti” dei personaggi virtuali, totalmente indifferenti a livello di forza. Eppure, pur non essendo un gioco “pay to win”, la Epic Games, che è la società che lo ha ideato e sviluppato, ha fatto utili nel 2018 per 3 miliardi di dollari , con una spesa media a utente di 84,67 dollari.

Molto apprezzate dai giocatori sono anche le collaborazioni con i marchi (ad esempio Avengers, Nike o l’italiana Panini) perché periodicamente escono nuove modalità di gioco con Skin inerenti al marchio. Se da una parte ciò attira moltissimo gli utenti (insieme agli eventi che cambiano improvvisamente la mappa del gioco), dall’altra mi viene da pensare che queste collaborazioni comportino un discreto ritorno economico ogni volta che vengono messe in atto, andando ad incrementare un modello di business già molto furbo.

La “Battaglia reale” (dove si gioca tutti contro tutti sino all’ultimo sopravvissuto) è il genere più redditizio del settore e quella di Fortnite ha senz’altro fatto breccia nel cuore dei giocatori di tutte le età, monopolizzando quasi completamente il 2018 videoludico. Non dimentichiamoci che stiamo parlando di un settore economico molto florido a livello mondiale, che pare abbia superato per fatturato quello della musica e del cinema messi insieme e che continua a correre anno su anno ad un tasso del 18%. Ad oggi pare che il 33% della popolazione mondiale si dedichi al gaming.

 

Ma ciò che preoccupa particolarmente il mio cuore di mamma è l’aspetto social.

Devo ammettere che pur essendo molto preparata sull’uso e la conoscenza dei social, e pur avendo adeguatamente informato per tempo mio figlio, ad un certo punto mi sono trovata spiazzata perché raggiunta l’età dei social mi sono reso conto che, come tutti i maschietti, non ne era attratto più di tanto (ad eccezione di YouTube) mentre il gaming lo intrigava moltissimo.

E poiché spesso si disprezza ciò che non si conosce ho iniziato ad esplorare questo mondo per cercare di comprenderlo, e mi sono resa conto che le dinamiche mentali non sono così diverse da quelle che portano me ad essere attratta dai social, con i relativi vantaggi e potenziali pericoli.

Ad esempio la Battaglia Reale permette a diversi utenti di collegarsi e sfidarsi contemporaneamente on line da soli o in piccole squadre, o ciò fa sì che si creino dei legami di “amicizia” virtuale con le persone che compongono il team che combatte la battaglia. Normalmente si tratta di amici, conoscenti o compagni di scuola con i quali c’è il piacere di ritrovarsi on line, ma fra questi chi mi dice che non si annidino anche persone con intenti meno nobili del voler passare qualche ora a giocare insieme? Per non parlare della difficoltà di imporre dei limiti al tempo passato davanti al gioco, che tanto gioco in fin dei conti non è visto che alcuni youtuber ne hanno fatto una fonte di incassi piuttosto cospicua.

Credo però che un uso limitato e intelligente del gaming faccia parte dell’appartenere a questo tempo, e nel momento in cui i figli fanno il loro dovere a scuola e praticano un’attività sportiva il gioco alla consolle rappresenta per loro un momento di stacco mentale che non è affatto da demonizzare ma certamente da tenere monitorato.

E mentre leggo che Fornite è diventato così popolare fra i giocatori anche occasionali che Netflix lo ha recentemente eletto competitor diretto, mi rendo conto che nel bene o nel male sono finiti i tempi in cui, quando i programmi TV ci annoiavano, pigiavamo il tasto del telecomando per spegnere e ci mettevamo a leggere un bel libro. Tanto vale farsene una ragione.

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Maria Serena Ferretti

Esordisco concordando che Fortnite è un fenomeno culturale e finanziario che coinvolge grandi e piccoli! Parlo da mamma di un bambino di quasi 10 anni, non esperta di videogiochi. In merito a Fortnite però mi sono informata da più fonti, proprio per la sua natura fenomenologica. Infatti la maggior parte dei compagni di classe di mio figlio ci giocano già da un paio di anni (nonostante sarebbe sconsigliato ai bambini di età inferiore ai 12 anni), ma fin dalla prima breve visualizzazione, la carica di violenza che ho visto ed i contenuti (uccisione in massa di centinaia di persone da festeggiare con una danza), non mi è assolutamente sembrata adatta ad un bambino nemmeno di 12 anni. Alcune insegnanti ed alcuni esperti, mi hanno riferito che è un gioco estremamente dannoso; non solo per la violenza di cui è intriso ma per la capacità di assuefazione paragonabile alle peggiori droghe. Ci sono bambini che hanno manifestato una gestualità violenta anche nelle interazioni più banali nella quotidianità domestica e scolastica; alcuni di loro hanno avuto la necessità di ricorrere a psicoterapeuti. C’è stato anche un caso denunciato qualche tempo fa sul Mirror di una bimba britannica di 9 anni. Inoltre pare che causi nei bambini in particolare, un sentimento di “indifferenza” verso l’altro, con una preoccupante perdita di empatia e compassione. Il problema è che questo gioco ha ormai assunto il ruolo di “baby sitter” ed i genitori, immersi nei loro mille problemi, ne sottovalutano le conseguenze.

Innanzitutto grazie per la tua testimonianza, anche perché tocchi un tasto sul quale nutrivo già molti dubbi, ovvero il pericolo che si perda l’empatia verso l’altro. Il problema è sempre quello della misura, e della comodità per i genitori che i figli si anestetizzino davanti a quel gioco. A volte forse basterebbe parlarne insieme una volta spenta la consolle per aiutarli ad elaborare ciò che hanno appena visto e fatto.

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